viaggio verso l’ignoto

12

 

Eccoli lì, ancora una volta in fila carichi delle misere cose diventate ormai inconsistenti, a prova che della miseria non si tocca mai il fondo. Anche la speranza di sopravvivere si è ridotta al lumiino. Esiste ancora perché è l’ultima a morire e ci si sforza di non farla morire in quel momento.
La beffa terribile è sapere che Minturno e Tufo, che si trovano dietro l’angolo, sono in mano alleata già da quindici giorni mentre loro chissà dove andranno a finire.  Vengono scortati su uno spiazzale dove alcune camionette li attendono. Ci sono altri soldati, armati fino ai denti, come se dovessero tradurre dei pericolosi banditi, invece di una massa di cenciosi malnutriti e impauriti.
Mo’ do’ ce portono?” è la domanda che vorrebbero fare ma se ne guardano bene, per timore di essere fucilati.
E chi lo sa! almeno speramo de sta tutti ‘nzema” qualcuno bisbiglia con la voce spezzata dalla paura.
I componenti di ogni famiglia si raggruppano per essere caricati sulla stessa camionetta. Anche Francesca si stringe alle bambine e alla madre.
I soldati li fanno salire badando soltanto a riempire prima una camionetta e poi l’altra e poi l’altra… senza tenere conto delle mute richieste degli sfollati. Stanno eseguendo degli ordini e si affrettano a portarli a termine, incuranti delle loro esigenze di esseri umani. Li caricano senza badare se qualcuno può aver bisogno di più attenzione, per via dell’età o per qualche malanno, Riempiono le camionette e basta, come se si trattasse di merce. Inzeppano dentro il maggior numero di persone e le loro mappate di miseria.  Il resto non conta. Guai a lasciarsi cogliere dall’emozione. Se si infastidiscono sparano. Lo hanno già fatto in parecchie occasioni, a maggior ragione lo rifarebbero adesso, visto come hanno ritenuto di doversi armare per questa operazione di sfollamento.
Servendosi di una scaletta appoggiata alla parte posteriore della camionetta, uno alla volta salgono, si ammassano, si guardano in questa nuova situazione, si abbracciano e si accontentano di essere vivi. Riaffiora la speranza che anche questa volta ci sarà una soluzione vantaggiosa per i loro problemi. Forse mangeranno, forse troveranno un po’ di pace in una zona meno bombardata. Così continua la serie dei “Chissà”.
Matilde è una delle prime a entrare e si colloca in un angolo; si avvolge nella coperta che la madre le ha affidata. Ha freddo, ha sonno, ha tanta paura. Quella coperta rappresenta un rifugio, una protezione dal pericolo che proviene dall’esterno. L’illusione di una barriera tra lei e i suoi nemici, per non morire d’angoscia. Un adulto sfoga il suo odio sognando la vendetta, un bambino non sa odiare, prova solo terrore. Matilde sta imparando a odiare. Si difende nei suoi modi infantili e, così, diventa un corpo unico con quel pezzo di stoffa. Chiude gli occhi, forse per riprendere sonno, e forse ci sarebbe riuscita, se una mano non avesse tentato ripetutamente di tirare un lembo della sua coperta:
“Eccoli, sono loro!” pensa terrorizzata ma non le esce alcun suono dalla bocca perché è impietrita dallo spavento.                      Si rannicchia ancora di più nel suo involucro! Quella mano continua a cercare di appropriarsi della coperta, Matilde rabbrividisce e non ha dubbi su chi sta tentando di strappargliela. E’ convintissima che sia il soldato che le ha impedito di prendere la sua bambola.
Se ne convince e più lui cerca di tirare, più lei si raggomitola nel suo involucro, a rischio di soffocare, visto che ha infilato dentro anche la testa.
Vorrebbe piangere, vorrebbe gridare ma ha paura di far rumore e farsi notare, ha paura del moschetto e di sentire nuovamente quella voce che l’ha tirata fuori dal letto. Vorrebbe scomparire ma è lì, ferma, paralizzata nel suo tormento. Vuole la mamma ma non azzarda a uscire dal suo nascondiglio, per timore di trovarsi faccia a faccia con quel Tedesco. Un incubo.
Arriva l’alba e sono ancora in viaggio. E’ da tanto che sono in movimento, in aperta campagna, senza poter sgranchire un poco le gambe, senza poter dare sfogo ai propri bisogni corporali.
A un certo punto si sente un rumore di aerei. I Tedeschi abbandonano le camionette con il carico umano e vanno a nascondersi, lasciando la merce in mezzo alla strada, allo scoperto e a rischio di essere bombardata.  Dalle camionette nessuno si muove. Il terrore della fucilazione è più forte della paura degli aerei. Tutti muti, tutti allucinati. Fioccano le bombe, per loro fortuna l’obiettivo è alquanto distante. Scampano ancora una volta alla morte. Ancora vivi ma questo colpo è troppo duro da assorbire. Alfonso piange, piange un pianto silenzioso e di rabbia. Annunziata lo imita, Caterina deglutisce, Francesca stringe le bambine, Maria Civita pensa che forse raggiungerà Enrico. Vincenzino si tormenta perché è stato lui a portare tutta quella gente a Pulcherini, Mariangela lo conforta dicendo che nessuno poteva sapere come sarebbero andate le cose. Il bombardamento finisce, i soldati tedeschi tornano e si riparte. Tutto sembra tornato come prima.

Finalmente i soldati decidono di fare una pausa e fanno scendere gli sfollati. Finisce anche l’incubo per Matilde perché scopre che il suo nemico è soltanto Vincenzo, il calzolaio, il quale, sperava di coprirsi un po’, approfittando del fatto che la coperta fosse troppo grande per una bambina. Matilde scoppia in un pianto dirotto, liberatorio, e Francesca non sa più cosa fare per calmarla. Piano piano i singhiozzi diminuiscono e la bambina si addormenta tra le braccia della mamma, sopraffatta dalla stanchezza. Un altro duro colpo contro la sua infantile spensieratezza è andato a segno.
Vengono fatti sostare in una chiesa ormai sconsacrata. Il freddo è pungente, panni per coprirsi non ce ne sono, l’unica soluzione per riprendere fiato è quella di accendere un fuoco. Legna non ce n’è e gli uomini fanno un giretto per vedere se fuori c’è qualcosa da ardere ma non trovano niente, solo degli sterpi. Si guardano e, con la stessa determinazione di quando andavano a saccheggiare i treni, si dicono che in guerra tutto è concesso e decidono di bruciare i banchi.
Pur trattandosi di persone timorate di Dio, la legge della sopravvivenza impone di sfruttare quanto è utilizzabile per alleviare la sofferenza del momento e così, ridotti i banchi in pezzi, chiedendo perdono al Signore per lo scempio che si sta compiendo nella sua stessa casa. Viene acceso un bel falò proprio al centro della navata. C’è chi si fa scrupolo e continua a blaterare: “Signore perdono!”
Non tutti sono ugualmente sensibili e accanto alle richieste di perdono si sentono, e con più veemenza, i toni blasfemi di chi dice:
“Ma quale perdono. C’ha abbandonato e nui c’arrangiamo come potemo!”
“…e po’, gli banchi mica servono pe’ fa assettà gliu Pataterno, isso tè na bella poltrona là ‘ncoppa! e là ‘ncoppa fa caora e le bombe ‘nc’arrivano. Le bombe non sagliono, scennono sulo, vanno sulo agli poveri cristiani”
“Mo’ no iastemate” qualcuno tenta di frenare quell’eresia.
“Iastemamo? No, isso sta ‘n poltrona, dorme e nun vede niente! E non vedesse manco gli banchi che iardono!”
Eresia o non eresia, blasfemi o non blasfemi quella fredda giornata di febbraio passa riscaldata dai banchi della chiesa.
Dopo questa sosta vengono caricati di nuovo sulle camionette e portati al Villaggio Breda, una zona alla periferia di Roma, individuata come centro di raccolta profughi per lo smistamento verso altre destinazioni, sempre ignote, anche se corre voce che si venga portati in Germania.
“Chisà mo’ che ce succede!” si domandano
“E chi lo sa? Tengo ‘na paura” dice Annunziata
“ e do’ ce ponno portà?”.
“ Ccà stamo vicino a Roma.”
“ Mai chiù scuro della mezanotte po’ esse?”
“ N’ome che vè da ‘nu paese vicino a Roma steva a dice che gli tedeschi portono tutti gli sfollati ‘n Germania!
“ ‘n Germania? A fa’ che? Mica ammo fatto cacche cosa de male!”
“Veramente ‘amo saccheggiato gli treni” dice qualcuno che sente di avere la coscienza sporca.
“Ma siete ebrei?” chiede un tizio di un altro gruppo. “No, ammo iarsi gli banchi dento a ‘na chiesa, pe ce scaorà, chesto sì, ma non semo ebrei.”
“Allora state tranquilli, in Germania non vi portano di sicuro, ci portano solo gli ebrei, dicono per farli lavorare.”
Queste parole sono rassicuranti ma nessuno si fida più di niente e tutti continuano a farsi mille domande.
In attesa di conoscere il loro destino vengono depositati in una fabbrica di armi abbandonata, dove restano circa quattro giorni. Ogni giorno arrivano altri sfollati, da altri paesi. Facce uguali, sulle quali si legge dolore e paura. Visi smunti del colore della cera. Una vecchietta muore per mancanza di cure. Quanto durerà il tormento dell’attesa?
Le notti le passano seduti sul pavimento, perché se si stendessero avrebbero ancora più freddo. Non hanno di che coprirsi e una impietosa tramontana, fischiando attraverso i vetri rotti, si infila nelle ossa.
Matilde ed Elena trascorrono le notti, appoggiate sui due fagotti che Francesca ha preparato alla partenza da Pisciavino. Anche le due coperte risultano preziose. Una copre Matilde e la nonna e l’altra Elena e la mamma.  
A completare il quadro, di per sé drammatico, sopraggiunge un’epidemia di pidocchi che, già esistendo allo stato latente, si sviluppa con una furia imprevedibile. I parassiti trovano terreno fertile a causa delle precarie condizioni igieniche e del deperimento organico dei deportati. Nessuno si salva. Si vedono pidocchi camminare indisturbati sui vestiti e sulla pelle e si prendono a manciate. Le mamme passano il tempo a spidocchiare i figli ma senza risultato, i pidocchi sono troppi. Maria Civita, vedendosi in quella situazione derelitta, comincia a uscire di testa e ripete fino all’esasperazione che vuole morire, dondolando ripetutamente il corpo avanti e indietro e tenendosi la testa tra le mani.
Non è la sola a provare il desiderio di farla finita. La morte sarebbe pace eterna invece lì è eterno tormento, e non se ne intravede la fine.  Maria Civita si sente in  continua apprensione, come se fosse su un altro pianeta. Ha perso le radici e, con esse, l’orientamento e non vuole più saperne di andare avanti.
Francesca non ha di che stare allegra ora che anche la mamma comincia a darle problemi. E’ proprio scoraggiata, anche perché non avere avuto più notizie di Augusto, le toglie molta energia. Prima arrivavano periodicamente delle lettere. In verità ci leggeva poco perché erano tutte rigate di nero per via della censura, ma a lei bastava almeno la data e la grafia del marito per sapere che era vivo. Ora più niente, ha solo saputo, da soldati rientrati dopo l’armistizio, che l’esercito italiano è allo sbando e che ogni gruppo si organizza a modo suo. Cinque mesi di silenzio sono davvero tanti ma la speranza che Augusto sia vivo non l’ha mai abbandonata. A questa speranza si aggrappa nei momenti più difficili, difficili come quello che stanno vivendo alla Breda.

marica riccardelli
via c. colombo 177
04026 m. di minturno (LT)

maricariccardelli39@gmail.com

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