guerra ai pidocchi

 

14

 

Le porte dell’appartamento di Paolo e Sara, in Via Padova, si aprono per quei quattro esseri che, negli ultimi tempi, hanno usato l’acqua soprattutto per berla. Di conseguenza il soggiorno romano comincia, per tutte e quattro, con una prolungata abluzione.
Ma prima di entrare nell’acqua purificatrice si sottopongono a una meticolosa tosatura, che le libera dagli insetti. Vengono lasciate a mollo nella vasca da bagno, come se l’azione prolungata dell’acqua sui loro corpi stanchi e provati, potesse portare via non soltanto lo sporco accumulatosi ma anche liberare la mente dagli ultimi, traumatici avvenimenti.
Per le bambine la vasca è una piacevole novità.
A casa loro non c’era mai stata una vasca e, generalmente, si lavavano in una bacinella di nichel smaltato, poggiata su un alto treppiedi di ferro, con tanto di portasapone e portasciugamani, che faceva parte del mobilio della nonna. Per un lavaggio più accurato usavano la tinozza di stagno, ovvero la bagnarola. In quel recinto, troppo ristretto, non stavano comode. A turno si accovaciavano in pochi centimetri di acqua e, reggendosi ai bordi della tinozza, si lasciavano insaponare dalla mamma che strofinava di polso buono, con uno straccio di lino grezzo e guai a lamentarsi.
Finita la vigorosa insaponata dovevano mettersi in piedi e allora arrivava una secchiata di acqua appena intiepidita, per risciacquarle. Dopo quello spruzzo rigeneratore, di corsa ad asciugarsi. Quando faceva freddo era davvero un sacrificio quella lavata settimanale.
La vasca è tutta un’altra cosa, si sta immerse fino al collo senza sentire freddo, anche se la strofinata della mamma è ancora più energica di quella che ricordano.
Anche il bagno finisce e, uscite dal bagno, vengono accolte da una fragorosa risata di Giacomo e Miriam, i figli di Paolo e Sara, appena rientrati dal negozio.
Elena e Matilde restano attonite ma poi, guardandosi allo specchio, si rendono conto del perché di quella risata. Lo spettacolo delle loro zucche pelate, nude come l’uovo di legno che la nonna usa per rammendare i calzini, non può che provocare ilarità.
“Tanto, ricrescono” risponde Elena, tutta contegnosa, e fa la linguaccia.

I due, imperterriti, continuano a sghignazzare

Dopo i parassiti c’è un altro problema da affrontare, un vero tormento: la scabbia!
“Che vergogna! Ci mancava anche questa. Non vi grattate!”  dice Francesca avvilita da quest’altra difficoltà .
“Ma mi viene da grattare” dicono le bambine “anche tu ti stai grattando, mamma.”
“Mamma, perché non parli più minturnese?” chiede Elena.
“Perché qui a Roma non lo capiscono ed è bene che anche voi non lo usiate più”
“E nonna come farà?” domanda Elena.
“Cercherà di stare attenta anche lei. Ora però evitate di grattarvi e non toccate Giacomo e Miriam, altrimenti gliela mischiate.”
“Ah ah ah, allora li tocco” dice Elena, dispettosa “così voglio vedere se ridono ancora.”
“Ma già si grattano” informa Matilde “li ho visti!”
“Va bene, domani vado in farmacia e compro la medicina”.
Così, con molto imbarazzo, il giorno dopo Francesca va in farmacia. Lei spera che non ci sia nessuno, invece la farmacia è affollatissima ed entra sempre più gente. Quando arriva il suo turno, a testa china e con un filo di voce, chiede:
“Per favore, una pomata per la scabbia.”
“Anche a me!”, “anche a me!”, “anche a me!” Si alza un coro dietro di lei.
Francesca, incoraggiata, alza lo sguardo e si sente meno sola, meno infelice e meno rognosa, constatando che il suoproblema non è poi così privato e strettamente personale.
Con un po’ di attenzione anche l’operazione scabbia viene superata.
I capelli ricominciano a spuntare sulle loro teste, non hanno più pidocchi, hanno smesso di grattarsi, si possono lavare, i vestiti che indossano sono puliti. Avrebbero ancora bisogno di tante cose ma ora sono uscite dalla situazione di derelitte, anche se rimangono nella categoria di sfollati.

 

marica riccardelli
via c. colombo 177
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