lo smistamento

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L’unico momento che vivono positivamente gli accampati della Breda è la distribuzione del rancio. Tutti in fila, con una gavetta in mano per ricevere una porzione di minestra calda e un po’ di pane.
I bambini, appena divorata la loro razione di minestra, si rimettono subito in fila e, il più delle volte, chi distribuisce il pasto fa finta di non accorgersi che sono alla seconda passata. Dalle gavette non possono certamente accorgersene perché sono leccate a dovere.
E’ proprio mentre sono in fila per il pasto che comincia lo smistamento dei profughi rimasti.
Sì, di quelli rimasti, perché chi ha avuto coraggio si è dato alla macchia approfittando della scarsa sorveglianza, forse voluta, durante le ore di buio.
Per via dello smistamento oggi la fila si rompe quasi subito. C’è più la preoccupazione di tenersi stretti per non essere divisi che ricevere una porzione di cibo in più. Ricomincia la paura del non sapere che succederà che sortisce come effetto il panico immediato.
Si assiste a scene di disperazione di mamme che non riescono a trovare i loro figli che si sono allontanati di qualche passo per giocare. Forse sarebbe bastato girarsi e guardare con attenzione un po’ più in là per rendersi conto che sono sempre stati lì. Ma l’idea di ripartire fa perdere il lume della ragione anche ai più riflessivi.
I familiari si cercano chiamandosi ad alta voce per timore di venire separati. E tutti lì, a raccogliere ancora una volta le mappate di stracci.
Lacrime, abbracci, urla di disperazione quando i membri di una stessa famiglia vengono separati e fatti salire su camionette diverse.
L’ombra della Germania si allunga nelle loro menti.
Ohi Maronna! Chisà che ce succede! Chisà che non ce portano ‘ngermania” dice Annunziata con le lacrime agli occhi.
“Hai sentuto c’hà ditto chigli’ome prima. A nui n’ce portano ‘n Germania” tenta di consolarla Alfonso ma il tono della sua voce è più disperato del pianto di Annunziata.              
“Ma chiglio chi è! che ne sape de do’ ce portano!” continua la donna piangendo ancora di più.
“Ma però, nui n’ammo fatto niente” e di questo Alfonso è certo anche se pensa alla sua radio clandestina, lasciata a malincuore a Pisciavino, che rappresenta la sua trasgressione.
“Ma che se ne fanno de nui in Germania” s’intromette Caterina per spezzare la tensione “mica ce gli vonno gli morte de fame e gli morte de sonno come a nui e mo’ pure carichi di pirucchi e co la rogna.”
Questo pensiero, in tutto il suo squallore, li tranquillizza alquanto sulla destinazione che potrebbe essere loro assegnata.
Beh! In verità non manca molto per poterli definire, a pieno titolo, relitti umani! Eppure si aggrappano alla vita e sopravvivono sperando in un domani migliore. D’altra parte basterebbe pochissimo a renderlo migliore.
Vengono sistemati di nuovo sulle camionette per riprendere il viaggio verso l’ ignoto, cominciato cinque giorni prima. Un ignoto ancora più ignoto del Villaggio Breda, perché si allontanano maggiormente dai luoghi di origine.
Anche Francesca, con la sua famiglia, sta per essere caricata quando un soldato la chiama e le dice di seguirlo al comando.
“Franceschì, pecchè ce chiamano?” chiede Maria Civita con un filo di voce che a stento riesce a recuperare.
“Che ne saccio, ma’?” risponde Francesca con il volto sbiancato per la paura.
Prende Elena e Matilde per mano e se le trascina appresso come due cagnolini al guinzaglio che non ne vogliono sapere di ubbidire e puntano i piedi per terra. Nei pochi minuti, che sembrano una vita, impiegati per arrivare al comando, nella mente di Francesca scorre tutta la sua esistenza passata, per tentare di scoprire cosa potrebbe aver determinato quel trattamento speciale. Prima di avere il tempo di drammatizzare su qualsiasi congettura, però, entrano nel locale adibito a comando e lì tutto diventa chiaro di colpo. C’è Paolo, un cugino di Augusto, che è venuto a prenderle per portarle a casa sua, a Roma.
Paolo garantisce che ospiterà tutte e quattro le sfollate. A Francesca impone  di lasciare tutte le mappate che ha appresso, lì alla Breda, spiegando che a casa sua ci sono sufficienti panni per vestirle  e così quella famigliola sporca, lacera, affamata e terrorizzata si avvia a sperimentare la guerra di città, dopo aver conosciuto quella al fronte.

marica riccardelli
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