il rientro degli sfollati

 

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Nel tragitto da Formia a Minturno, fatto in parte a piedi e in parte su mezzi di fortuna, lo spettacolo che si propone alla loro vista è sempre uguale. Una sconfortante distesa di macerie. Gli occhi trovano pace soltanto se si posano sul mare.
Mentre la terraferma mostra spudoratamente tutta la sua dolorosa rovina, il mare non lascia vedere il disfacimento che nasconde nella sua prondità. La bella acqua azzurra ha inghiottito bombe inesplose, navi squarciate che si sono inabissate con tante giovani vite. Eppure, in tutta quella desolazione, si respira aria di rinnovato vigore. Più passano le ore e più la processione di sfollati che rientrano si allunga. Gli uomini, con le mappate a zaino, e le donne, con le ceste in testa, si muovono verso i luoghi dove una volta era la loro casa. Non guardano le macerie con sentimento di sconfitta ma con spirito combattivo e un senso di soddisfazione, propria di chi ce l’ha fatta a uscire da una situazione disperata. Si gioisce più per la vita conservata di quanto non si soffra per i beni perduti.
Quando Augusto e la sua famiglia arrivano a Minturno si rendono conto che la casa in Via Principe di Piemonte non è praticabile con quel grosso buco sulla parete, senza un gabinetto, senza luce, senza acqua in paese, in mezzo a tante macerie e, così, accettano l’ospitalità della zia Giuseppella, in campagna.
Lì c’è una casa ancora in piedi, c’è il pozzo dal quale attingere acqua e c’è la possibilità di lavorare la terra.
In mezzo a infinite difficoltà si volta pagina. Si organizza la ricostruzione.
Augusto, che sa fare di tutto, s’industria per dare alla famiglia ciò di cui ha bisogno.
In giro c’è tutto ciò che le truppe tedesche e gli alleati hanno abbandonato, basta saperlo sfruttare, dando sfogo a tutta l’inventiva di cui si è capaci.  Augusto ne ha d’inventiva e raccoglie tutto ciò che gli capita sotto mano.
In breve tempo, inchiodando pezzi di legno, costruisce un letto per sollevarsi dal pavimento freddo. Le fodere dei materassi vengono ricavate dai sacchi, che contenevano sabbia, serviti per rafforzare le trincee. Cuciti tra loro con del cavo telefonico e, riempiti di spoglie di granoturco, fungono da materassi.
Con dell’allumio, ricavato dalle taniche, fa delle pentole, un mestolo, delle posate,  un pettine e tanti altri oggetti indispensabili.
Anche Francesca fa la sua parte e, utilizzando due giberne che scuce con molta attenzione per riutilizzare il filo, cuce tre mutandine per Elena e Matilde, così da potergliele cambiare a giorni alterni. Tutte le donne vanno in cerca di tessuto e quando capita di trovare un paracadute la gioia è immensa. Si possono confezionare dei vestiti di seta.
Maria Civita continua a girare per i pochi campi non minati in cerca di cibo e porta rane, lumache, verdura di campo, frutta.
Nei pollai cominciano a vedersi i primi polli. Quando se ne ammazza uno non si butta via niente, neanche il sangue che viene fritto con le cipolle. Le budella vengono aperte, lavate accuratamente e cotte in vario modo. Vengono buttate soltante le unghie e il becco.
Un po’ alla volta si trova la serenità anche se i problemi si presentano in continuazione.
Matilde rischia di morire a causa della malaria.  
Si muore di tifo, preso in ambienti precedentemente infettati da cadaveri in putrefazione.
Soprattutto si muore a causa delle mine. Le mine rappresentano una seconda guerra e sono più infide dei bombardamenti.
Tutto il terreno giù al mare e nella zona pianeggiante è stato minato dai Tedeschi per impedire l’avanzata degli alleati. I contadini hanno necessità di sminare perché il terreno è la loro fonte di sostentamento e, così, organizzandosi in proprio tentano di ripulire i loro campi. Purtroppo commettono degli errori o delle imprudenze e, troppo spesso, si sentono scoppi improvvisi e nuove vittime si aggiungono alle vittime di guerra.
Dopo una quindicina di giorni dalla liberazione di Roma rientra anche Caterina che, nel frattempo, ha trovato un fidanzato. Un bravo giovane, con una gamba sola, che ha conosciuto dalle suore dove lavorava.
Annunziata e Alfonso rientrano carichi di cose da mangiare ma, arrivati a casa si rendono conto che il nascondiglio sotto l’olivo è stato scoperto e razziato.
Vincenzino e Mariangela se ne sono tornati a Pisciavano perché la loro casa di Scauri non esiste più.
Il centro di Minturno non ha subito eccessivi danni.
Piazza Portanova rimane il luogo preferito degli incontri ed è lì che si fa la conta dei sopravvissuti, dei menomati e si parla dei morti che, il giorno del primo bombardamento erano in quella piazza a progettare la fuga.
Giuseppe torna da Cosenza con la famiglia e racconta la sua esperienza.
Gennarino ce l’ha fatta a superare tutti i pericoli ma, una volta a Minturno, si è intestardito a voler andare in un suo terreno a cogliere della frutta ed è saltato su una mina.
L’elenco di infortuni sarebbe interminabile e, in fase di ricostruzione e di rinascita, meglio non insistere troppo sulle tragedie passate.
Per fortuna il castello è ancora in piedi, anche la chiesa di San Francesco è stata risparmiata, come anche le altre chiese di Minturno, ovvero la cattedrale di San Pietro e la chiesa dell’Annunziata. Il panorama offerto dalla Loggia del Paradiso non è più lo spettacolo armonioso di prima della guerra. La distruzione si vede dappertutto.
Una mattina Matilde esce con la mamma e, guardandosi intorno, vede un suo amichetto, con il quale giocava  a rincorrersi, senza un braccio e con il volto sfigurato da una cicatrice. Non ha il coraggio di chiamarlo, tira un lembo della gonna della mamma e le dice:

“Mamma, adesso lo so cos’ è la guerra.”

marica riccardelli
via c. colombo 177
04026 m. di minturno (LT)

maricariccardelli39@gmail.com