il paese s’interroga

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Francesca non è stata la sola a salire in paese subito dopo il bombardamento. I contadini hanno abbandonato il lavoro senza pensarci due volte. Non si sono passati la voce ma ognuno ha sentito l’urgenza di andare a verificare di persona la situazione in casa propria.
Da quando è scoppiata la guerra è la prima occasione che vede coinvolto il paese intero.
Lasciati somari e carretti nelle stalle si dirigono, come nelle grandi occasioni, verso la piazza principale di Minturno, Piazza Portanova, antistante il Castello Baronale. Nel castello risiedono le “Ancelle del Sacro Cuore”, un ordine di suore chiamate comunemente “le signorine”. Il motivo di questo appellativo forse deriva dal fatto che l’ordine, fondato nel 1874 da una nobildonna, ha accolto tante signorine di nobili origini. La caratteristica che le distingue dalle altre suore è che non hanno un abito particolare, né un copricapo e conservano i capelli lunghi, raccolti in una crocchia, anche dopo aver preso i voti.  Molti si chiedono il perché di questo privilegio ignorando che l’ordine non è contemplativo e prevede tre rami, due dei quali laicali e questo basterebbe a chiarire i vari dubbi.
Per l’occasione sono scese in piazza anche loro e si prodigano a tranquillizzare i più spaventati, senza sapere assolutamente cosa dire se non invitare i presenti ad affidarsi alla Divina Provvidenza.
“Signorina Adelina” dice Luca, un uomo di mezza età dalle mani callose, rivolgendosi alla suora giovane, tanto carina, dalla quale non leva gli occhi di dosso “voi vi siete affidata alla Provvidenza quando vi hanno fatto prendere i voti?”
“Non bestemmiate, Luca” risponde la Signorina Adelina diventando rossa e disseppellendo chissà quale ricordo.
Ma non c’è tempo per questi pensieri, bisogna preoccuparsi dei fratelli lì riuniti.
E’ un’adunata di donne, bambini e uomini che, per limiti di età o per impedimenti di altra natura, non sono stati richiamati alle armi. In maggioranza gente che vive occupandosi del lavoro duro dei campi o del mare. Gente che non ha familiarità con la politica e con discorsi e comizi in piazza. Ora, però, temendo per la propria vita, si trasformano tutti in esperti di strategie politiche e militari. La guerra non è più un guaio che riguarda chi ha un parente sotto le armi ma è diventata una faccenda strettamente personale e merita la massima attenzione.
Il ciabattino, il sarto, l’oste, il fornaio, la maestra, il farmacista, il dottore, il prete, i contadini, i pescatori e tutti gli altri paesani, proprio tutti, escono dalle loro nicchie, come fanno le lumache ale prime piogge, e commentano l’accaduto per scoprire se c’è qualcosa che ancora non sanno. Oltre ad ascoltare, sentono il bisogno di esporre i propri pensieri sui motivi del bombardamento e sui probabili, immediati rischi che corre il paese. Nella speranza di scoprire qualcosa di preciso, un nutrito gruppo tra i più intraprendenti decide di andare a interrogare Alfonso, il maniscalco. Nessuno ne ha mai parlato apertamente ma tutti sanno che, in cantina, Alfonso nasconde una radio, dalla quale tutte le sere ascolta le notizie di guerra.
Arrivano lì con l’aria di chi sta violando un segreto ma, allo stesso tempo, con la determinazione di chi sa che non può fare altrimenti e l’interrogatorio parte senza preamboli.
Alfo’, hai sentuto caccosa de ‘stu bombardamento?” chiedono con occhi spiritati.
Sentuto? E da do’ aveva sentì?”
Alfonso, che capisce benissimo il motivo di quella domanda, cerca di sviare la loro attenzione dalla radio. Sa bene che tenerne una nascosta potrebbe costargli due mesi di carcere e mille lire di multa, perciò tenta di far finta di non aver capito.
Alfo’, non pazzià! Lo sapemo tutti quanti ‘ca te’ n’aradiu annascuso. Se sai caccosa diccéllo! Hai sentuto caccosa ‘ncoppa alla guerra, ‘cca a Traetto?
La disperazione in quegli occhi è così toccante che Alfonso cede.
Aggio sentuto che gli bombardamenti aumentono ogni ‘iorno di chiù ma ‘ca bombardavono pure ‘cca n’o sapevo! E po’ l’ate visto pure vui che ieri hanno bombardato Gaeta e Formia”.  Anche Alfonso è preoccupato.
Ma tu ce capisci caccosa co’ sti bombardamenti? Bombardono gli tedeschi, bombardono gli ‘miricani, ce pigliono a cannonate da mare, ma che sta a succede?”
Sto a cercà de ce capisce ma ancora tengo le cervella confuse” detto questo si unisce al gruppo e va in piazza.
Ora ci sono proprio tutti. Tommaso, il farmacista, pronuncia ad alta voce quello che tutti pensano ma nessuno dice, quasi per timore che, dicendolo, l’evento possa verificarsi come per incanto.
“Immaginate se quelle bombe le avessero sganciate proprio qua, sul paese?”
Un brivido corre lungo la schiena dei presenti.
Per quanto dispiaciuti per la sorte toccata a Giovanni, Pasquale e Rosaria, il pensiero comune va, egoisticamente, allo scampato pericolo e ne ringraziano il Signore. Molti accettano il richiamo della campanella di “San Francesco” ed entrano in chiesa a recitare un rosario di ringraziamento e a pregare, affinché episodi analoghi non abbiano a verificarsi di nuovo. Si sente l’obbligo di rivolgere anche una preghiera per “chigli tre povereglie”, accompagnandola con sospiri.
Assolta questa incombenza si riprende a pensare a come salvare la propria pelle e le proprie cose. A nessuno sfugge il probabile rischio di un prossimo bombardamento. Per quanto disinformati possano essere non ignorano che il fiume Garigliano  è l’ultimo baluardo tenuto in piedi dai Tedeschi per ostacolare l’avanzata degli Americani, ma non sanno né quando né come le opposte fazioni risolveranno il problema.
Sanno per certo che delle loro vite nessuno avrà cura. La riprova è data da quelle bombe lanciate a caso, che vengono intese come annuncio di una più nefasta distruzione.
Nell’aria c’è tensione. Si cerca di ricordare le notizie sulla guerra, giunte da fuori, nel tentativo di cogliere qualche particolare sfuggito inizialmente, per scoprire se c’è qualche richiamo alle sorti future di Minturno e dintorni.Di nuovo si rivolgono ad Alfonso per sapere se ha sentito qualcosa alla radio nei giorni precedenti.
Non riescono a capacitarsi che non sappia niente di più di quello che sanno loro e tornano a parlare della radio e di come siano informati che lui l’accende tutte le sere.
E tu che ne sai de chello che faccio i’  dento la casa mia?” Alfonso si è rimesso sulla difensiva
Lo saccio pecchè sento sempe nu rumore curiusu,  sempe alla stessa ora, è gli’aradiu tio che peretia”.
Alfonso guarda quelle facce e si rende conto che non è tempo di segreti, così dà la notizia:
Mbeh! Ma vui n’ate sentuto che Badoglio ha firmato l’armistizio?”
La notizia dell’armistizio è di due giorni prima ed è stata data dall’EIAR ma in paese le persone che posseggono una radio sono veramente poche e chi ne ha una evita di parlarne, come fa anche Alfonso, perché oltre a sentire le notizie ufficiali ascolta i notiziari clandestini. La conclusione è che meno se ne parla e meglio è. Quando vengono trasmessi i bollettini ufficiali la maggioranza delle persone è in campagna e non ha modo di ascoltare, perciò fino all’arrivo di quelle bombe la guerra è appartenuta agli altri e a chi ha perso qualche persona cara sul campo.
Alfonso si sente un po’ in colpa per non avere avvisato tutti appena ne è venuto a conoscenza, ma non poteva prevedere il bombardamento altrimenti lo avrebbe comunicato. Ora teme di essere rimproverato. La notizia, però, è così grossa che nessuno si pone il problema del suo precedente silenzio.
Ma allora la guerr’ è finita?” azzarda uno di loro, però poco convinto.
Vagliùùùùùùùùù! La guerra è finitaaaaaaaaaaa!” Gennaro si mette a urlare, prendendo per buona l’ipotesi che la guerra sia finita, e comincia a correre per comunicare la notizia agli altri.
Ma noooooo! stateve quieti!” lo ferma Alfonso trattenendolo per la camicia e frenando, così, anche il suo entusiasmo “la guerra n’è finita, sinnopecchè bombardavono Traetto?” Alfonso sente di dover dare ulteriori spiegazioni a quei paesani sprovveduti  e continua dicendo:
No, la guerra n’è finita, solo che, fino a poco témpo fa, eravamo alleati co’ gli tedeschi. Lo sapete pure vui, no?”
Sì che lo sapemo. Avessema esse’ cecati e surdi pe nò lo sape’” si difendono.
Però non sapete che mo’ l’Italia no’ sta chiù co’ gli tedeschi.”
“ Nooo? E co’ chi sta?”
“ Mo sta co’ gli ‘miricani e contro gli tedeschi.”
ma è lo vero ‘su fattu? E Mussolini? E gliu Re?”
“Da mo’ che gli’hanno arrestato a Mussolini, e gliu Re se n’è scappato.”
ma tu è sentuto bono, Alfo’? chi ha tenuto gliu coraggio d’arrestà gliu duce?”
gli compari sii e gli parénte che vonno comanda’”
Uh! Gesù! E nui? E mo’ nui co’ chi stamo?” domandano in coro.
“ E chi lo sa? Badoglio ha ditto che ‘mo gli alleati noste so’ gli ‘miricani e invece gli tedeschi so’ nemici, perciò avessema sta co’ gli ‘miricani.” risponde Alfonso “E’ girato gliu vento!”
Co’ gli‘ miricani e contro gli tedeschi?” dice qualcuno “senza ammancamento pe’ gli ‘miricani ma se ‘cca stamo ‘mmezo agli tedeschi! Ci’ate pensato ‘ca si sulu facemo accapìsce che volemo sta co’ gli ‘miricani, dopo nu’ secondo ce sparono ‘nfronte?”
“Si volete scota’ a me, mo’ stamoce zitti e facemo vede’ che non sapemo niènte, appena scopremo cacche ata cosa c’arregolamo” dice Alfonso.
Come stamo missi begli!” borbotta Gennaro, tenendo la testa bassa, al massimo della delusione dopo che, per un attimo, ha creduto che la guerra fosse finita.
Mo’ vedemo che succede!” continua Alfonso.
e che succede? Succede che  tutti sparono e, o ‘miricane o tedesche, le bombe sempe bombe so’!” riflette ancora Gennaro.
Proprio accussì è! Mar’a chi ci’acchiappa!”
Tutti sono preoccupati. La loro semplicità non impedisce di notare i sintomi allarmanti per l’incolumità del  paese. Anche se non hanno mai sentito parlare di Linea Gustav sanno di trovarsi in un posto pericoloso perché vedono la concentrazione di truppe tedesche nel loro territorio. A nessuno sfugge che quelle bombe hanno portato la guerra in casa. Ognuno vuol saperne di più. Si formano capannelli intorno a chiunque apra bocca e azzardi qualsiasi sciocchezza, purché riguardi la guerra. Anche quelli che nella migliore delle ipotesi sanno, a mala pena, apporre una firma maldestra sotto uno scritto che non sanno leggere, ora si ritrovano a fare supposizioni su strategie di guerra, sul perché, sul quando e sul come Minturno potrebbe diventare obiettivo militare. Qualcuno più lucido propone l’unica soluzione ragionevole, che è quella di andarsene, e così  comincia a profilarsi una timida idea di evacuazione.
Pe’ me è meglio se ce ne ‘iamo da ‘cca”  dice la voce saggia.
E do’ iamo?”
Do’ ve pare! Basta che ce levamo da ‘ste brutte botte” continua la voce saggia.
Tanto se non ce ne iamo pe’ fatti noste, ce cacciono. Oggi, a Scauri, gli Tedeschi hanno sgombrata la popolazione e stanno a mette le mine pe’ tutto gl’arenile, pe’ paura che gli ‘miricani arrivono da mare. Nui no’ stamo proprio a mare ma stamo assai vicini e quanto po’ passà prima che ce cacciono pure a nui?”
Nella tensione generale serpeggia la parola partire.
Che parola enorme per gente abituata a spostarsi soltanto a piedi o su una carretta. Il viaggio più lungo per la maggioranza di loro è stato quello di nozze, in treno, fino a Roma. Partire significa andare oltre il fazzoletto di terra entro il quale si sono mossi in tondo per una vita. I più giovani hanno imparato a varcare i confini dei padri ma i vecchi, proprio no, non vogliono lasciare la loro terra e le loro cose, preferirebbero finire i loro giorni sul suolo natio. Non c’è scelta.
La minaccia della partenza si ingigantisce man mano che il tempo passa.
I’ da ‘cca no’ me movo, manco co’ le scoppettate!” tenta l’ultima resistenza Minicuccio, alzando il capo e minacciando il cielo con il suo bastone.
Le scoppettate? E le bombe? ‘cca ci’arrivono le  bombe, e le bombe venno da ‘ncielo” gli dice la figlia per convincerlo “che fai quanno arrivono? Le pari co la lombrella?”.
Bombe o non bombe i’ da ccà no’ me movo manco co’ le scoppettate!” continua irritato e imperterrito il vecchietto.
… e dagli co’ le scoppettate! Aggio ditto le booombeee! vabbeh, me’, lassamo pèrde. Te voglio vede’ come curri, ciunco ciunco come sì, se cominciano a bombardà!”
“Non ci allarmiamo prima del tempo. Potrebbe essere stato un episodio isolato” dice Adelaide, la maestra. Sa di non essere nel giusto ma vorrebbe placare un po’ tutti quegli animi disperati.
E tutti si girano a guardare speranzosi la maestra, che è una autorità in paese.
Vagliu’! La maestra ne capisce, le guerre l’ha studiate” commenta Gennaro sottovoce, pronto sempre a cogliere qualsiasi  barlume di positività.
“Giusto! non fasciamoci la testa prima di rompercela” aggiunge Don Guido all’osservazione della maestra, avendone capito l’intenzione.“Sentete? Lo sta a dice pure gliu preote!” continua Gennaro guardando i volti muti dei disorientati paesani che annuiscono “e si fosse addavero accussì?”
Nessuno ci crede, in verità, ma giocano a illudersi perché è così che vogliono. E’ troppo doloroso lasciare il proprio paese e si cerca di aggrapparsi a qualsiasi appiglio per evitare di andarsene.
In questa angosciante situazione di incertezza cala la notte sul primo bombardamento nel territorio di Minturno. Tutti se ne tornano a casa, si apprestano a dormire, ma le luci tardano a spegnersi; quelle stesse luci che, tutte insieme, mai hanno illuminato una notte se non quella di Natale.
Giovanni e Pasquale sono morti, Rosaria e i suoi figli non hanno più niente, i Tedeschi che prima erano alleati ora sono nemici e bombardano; gli Americani che erano nemici ora sono alleati e bombardano anche loro e ora… cosa accadrà?
Pur non avendo studiato la storia come la maestra Adelaide, pur non capendo niente di strategie militari, pur essendo in tanti a non sapere né leggere né scrivere, tutti si rendono conto che la guerra non significa più seguire con trepidazione  i passi dei carabinieri quando vanno a recapitare un telegramma agli sventurati di turno. La guerra per il paese non sarà più soltanto questo.  Ora Minturno è diventata teatro di morte e avrà di suo da raccontare.

 

marica riccardelli
via c. colombo 177
04026 m. di minturno (LT)

maricariccardelli39@gmail.com