la guerra in città

15

 

La vita in città, che al primo impatto sembrava aver risolto tanti problemi, alla distanza si rivela più problematica che in paese anche se, per alcuni aspetti, è decisamente da preferire.
Tra gli aspetti positivi, come quello di avere un letto e l’acqua in casa, ce n’è uno per Francesca di estrema importanza. Abitando a Roma, può andare al Ministero della Marina per avere informazioni su Augusto. Così facendo ha saputo che la corazzata Italia, sulla quale è imbarcato il marito, è ancora in forza, anche se è internata nei Laghi Amari . Già questa è una buona notizia, specialmente se si considera che la nave gemella, la corazzata Roma, è stata affondata subito dopo l’armistizio, mentre insieme si dirigevano verso l’isola di Asinara.
Per ora non sa altro ma può chiedere continuamente notizie e questo la rincuora.
Per quanto riguarda la tranquillità, si può dire che è una parola in disuso.
Nel casolare di Pisciavino hanno vissuto nel frastuono delle bombe ma Roma non è più sicura di Pulcherini. Anzi, tutto sommato, a Pulcherini si era circondati da amicizia e fratellanza. Qui no!
Nel palazzo Francesca si sente tanti occhi puntati addosso ma non sempre solo per curiosità, si sente penetrare da sguardi carichi di ambiguità. Si sente spiata.
La sua sensazione trova conferma in una confidenza che, una sera, le fa Sara:
“Francesca, è bene che tu sappia una cosa” le dice qualche giorno dopo il loro arrivo “io e i bambini stiamo per andare via da qui.”
“Andate via? E dove? Perché?” Francesca non nasconde il suo stupore.
“Sai che io sono ebrea di nascita, vero?”
“Sì, certo” e Francesca intuisce il motivo della loro fuga.
“Hai sentito parlare dei rastrellamenti fatti nel ghetto?” chiede Sara.
“Non proprio, ho solo intuito qualcosa, sentendo parlare due donne al mercato.”
“Non ce la faccio a raccontare senza star male” la voce tradisce una forte commozione ma Sara continua: “a ottobre scorso hanno preso quasi 1300 persone, di notte, e le hanno portate via, senza dire che ne avrebbero fatto. Non dicono dove li hanno portati, ma qualcuno che ha visto dice che li hanno caricati come animali su treni merci e li hanno portati verso il nord.”
“…in Germania!” come una folgore il ricordo di quanto detto alla Breda  torna nella mente di Francesca.
“Sì, è questa la voce che gira, ma sono soltanto supposizioni che s’ingrossano man mano che se ne parla. Niente è confermato.”
“Ma se li hanno portati in Germania, è per farli lavorare” cerca di confortarla Francesca.
“E tu ci credi?” dice Sara “io no, sono sicura che non torneranno più. Che se ne fanno di vecchi e bambini per il lavoro?”
“Forse li hanno portati via tutti, per non dividere le famiglie” è una speranza alla quale Francesca vorrebbe che Sara si aggrappasse ma non è credibile. Per quanto Francesca possa essere meno informata e più ingenua dei cittadini, non dimentica il male che i Tedeschi hanno fatto a tutti loro, mentre erano nel territorio di Pulcherini.
Sara continua il suo racconto che diventa struggente e informa Francesca che, in quel periodo hanno preso anche sua sorella e le bambine, che abitavano proprio nell’appartamento di fronte. Il marito si è salvato nascondendosi nell’armadio. A questo punto Sara si lascia sopraffare dall’emozione.
“Che strazio quella notte” Sara piange coinvolgendo Francesca “le bambine urlavano, mia sorella mi chiedeva di aiutarla ma io non ho potuto fare niente. Capisci? niente, proprio niente, solo piangere insieme a loro e …  vederle trascinare via, mentre il cuore mi scoppiava. La più piccola l’hanno afferrata per le trecce perché scalciava e non voleva andare. Quel pianto disperato non riesco a togliermelo dalla testa, neanche quando dormo. Le bambine che mi gridavano “zia” “zia” e mi tendevano le manine … e io lì, impietrita e impotente di fronte ai loro fucili  …  e quei mostri, quei mostri che non hanno pietà per niente e per nessuno.”
Sara singhiozza e Francesca non sa fare altro che piangere con lei, non prova neanche a tentare di confortarla. E’ troppo grande il dolore perché le parole non appaiano vuote di significato.
“E tuo cognato non sentiva?” non può fare a meno di chiedere Francesca.
“Non so, è rimasto chiuso nell’armadio. Avrà avuta troppa paura di uscire, anche perché non avrebbe potuto fare niente. In quel momento si è salvato ma ora è un uomo finito.” dice Sara cercando di capirlo.
“Proverà rimorso, secondo me” conclude Francesca.
“Io e i miei figli” continua Sara, anche se con molte pause, dopo che si è ripresa un po’ “ci siamo salvati solo perché Paolo è cattolico e … io e i bambini siamo battezzati. Ora … non vogliamo più rischiare … le leggi antirazziali diventano ogni giorno più severe e a nulla vale essere sposata a un cattolico … Lo devi essere da generazioni … Non sono solo i Tedeschi a essere pericolosi.  I fascisti sono più crudeli di loro.”
Qui una lunga pausa interrompe il racconto di Sara. Quando riprende è come se volesse raccontare a se stessa i motivi della loro decisione di andare via da casa.
“Come si fa a sapere cosa passa nella testa di questi assassini? Perciò, ce ne andiamo in un convento, non molto lontano, sperando di non sbagliare.”
“Che angoscia! E Paolo?” chiede Francesca.
“Lui resta qui perché vuole tenere il negozio aperto, anche se sarebbe meglio che lo chiudesse. Ormai nessuno compra più niente ma preferisce non abbandonarlo. Si spera sempre che tutto questo debba finire. Comunque, visto che Paolo e Augusto hanno lo stesso cognome, e tu hai i capelli crespi come i miei, a te non sarà difficile dire che sei la padrona di casa, se dovessero venire le SS a bussare, per i controlli. A te basterà far vedere i tuoi documenti e se ne andranno.”
“Ancora controlli?” Francesca si lascia cogliere da un senso di paura.
Ha seguito il discorso di Sara con molta attenzione e, ricordando la recente incursione subita a Pulcherini, si rende conto di come quella sia stata soltanto una storiella da bambini, rispetto alla reale tragedia che stanno vivendo gli ebrei qui a Roma. Ricorda molto bene anche il terrore e lo smarrimento di quei momenti, perciò riesce a partecipare intensamente al dolore di Sara.
“Purtroppo non ti devi fidare di nessuno” continua Sara “ogni casa di Roma è piena di gente sfollata, che viene dalle zone di guerra, come voi. Di persone di buon cuore ce ne sono tante, però non mancano i malvagi, quelli che, al minimo sospetto, corrono a fare la spia alle SS. Purtroppo si trovano dappertutto perché sono Italiani, nostri fratelli. Qualcuno potrebbe pensare che tu sia mia parente e non parente di Paolo, anche per via dei capelli come ti dicevo prima, e certamente faranno la spia sperando di stanare un’ebrea. Ti raccomando, se dovessero venire, apri immediatamente la porta, altrimenti la sfondano.
“Ho notato che c’è una signora che mi guarda come se mi spiasse” riflette Francesca ad alta voce.
“Allora aspettati una di quelle visite” commenta Sara  “ed è meglio che noi ce ne andiamo al più presto possibile.”
Un abbraccio sentito le unisce e la sera stessa Paolo accompagna la sua famiglia dalle suore.
La visita preannunciata non tarda ad arrivare e Francesca, memore degli avvertimenti di Sara, apre al primo toc.
Ha imparato anche lei a spiare e ad interpretare i passi che salgono le scale, standosene dietro la porta, per sentire se proseguono o si fermano. Ora li sente, chiari, inequivocabili, si fermano:
“Tu chi essere?” chiede uno di quegli uomini, bruscamente, in un italiano approssimativo
“Sono la padrona di casa” risponde Francesca, senza far trapelare la minima incertezza, sa bene che mentire ed essere scoperti equivale a essere arrestati.
“ Documenten!”
E Francesca sfodera i suoi preziosi documenti, dai quali mai si è separata, e dai quali risulta che lei è sposata con Augusto. Mostra anche il documento che attesta che Augusto è imbarcato su una nave da guerra della Marina Militare. Francesca si rende conto di come abbia sempre avuto ragione il marito, a dare ai documenti un’importanza vitale. Quei pezzi di carta riescono a proteggere la sua famiglia, anche se lui è lontano, come in quel momento.
“Chi essere in questa casa anche?”
“Mia madre e le mie bambine” Francesca comincia a perdere sicurezza. Sa quale traumatico effetto potrebbe procurare a Matilde la vista di Tedeschi armati ma non può fare niente per impedirlo
“Vetere!” e, invadenti e arroganti, s’infilano nelle stanze per vedere se quanto dichiarato corrisponde a verità.
Maria Civita e le bambine se ne stanno in un angolo della cucina, senza neanche respirare. Matilde è particolarmente pallida e tesa. Per lei si ripresenta l’incubo di Pisciavino.
Per fortuna, danno solo uno sguardo e se ne vanno. Quando escono, Francesca si affaccia sul pianerottolo, per assicurarsi che se ne vadano realmente e vede che la signora del piano di sopra, quella che la guarda sempre quando passa, sta spiando.
“Cosa si aspettava quella strega, che ci arrestassero?” dice Francesca alla mamma appena richiude la porta. Malgrado la sicurezza dimostrata ora sente un brivido lungo la schiena e le gambe cominciano a tremare.
Com’era bello stare con la gente di Pulcherini continua almeno si sapeva con chi si aveva a che fare. Qui, come ti giri giri ti pugnalano.Chissà come stanno tutti”
“n’te l’aggio ditto c’aggio ‘ncontrato Catarina gli’ato ‘iòrno?” racconta Maria Civita “m’ha  ditto che, pure ‘Fonso e ‘Nunziata stanno a Roma. Hanno tenuta la bona sorte de se sistema’ dento la casa de uno che fatica all’Annona. Gli serveva  ‘na coppia, cuoca e cameriero. ‘Nunziata cucina e ‘Fonso ha fatto crede che sa fa gliu cameriero. Là sì che se magna a crepapanza e ci’avanza puro e tutto chello che avanza, dopo che gli signuri hanno magnato, ‘Fonso lo dà agli paesani che se lo vanno a piglià”.
Maria Civita non abbandona il dialetto, almeno quando è sola con la figlia. Fa troppa fatica a parlare l’italiano e anche con scarsi risultati.
Dove si trova questa casa?” chiede Francesca.
“E’ lontana da ccà, ce vo’ meza ‘iornata per ci’arrivà.”
Tu dimmelo, non ti preoccupare della distanza, poi ci penso io a come arrivarci.”
 Non ti ho detto che giorni fa ho incontrato Caterina?… mi ha detto che anche Alfonso e Annunziata sono a Roma. Hanno avuto la fortuna di sistemarsi in casa di un tizio che lavora all’Annona. Aveva bisogno di una coppia, cuoco e cameriere. Annunziata cucina e Alfonso ha fatto credere  di essere un cameriere. Là sì che si mangia da farsi scoppiare la pancia e ne avanza anche e tutto ciò che avanza , dopo che i signori hanno mangiato Alfonso lo dà ai paesani che vanno a prenderselo.

 

 

marica riccardelli
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