notizie dal fronte

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… e la vita continua, …e la guerra continua.
La lotta per la sopravvivenza è sempre più aspra. Le giornate trascorrono cariche di tensione.
Se, a Roma, il rischio di morire è costantemente alto, le notizie che arrivano dal fronte di Cassino e bassa Ciociaria sono terrificanti.
Maria Civita, dopo l’attentato di Via Rasella, è diventata molto attenta ai discorsi che si fanno in giro sulla guerra. Ne sente abbastanza durante il suo lungo girovagare, in cerca di cibo, per i dintorni di Roma. E’ proprio questa sua avida curiosità che la porta a scoprire notizie su Minturno e dintorni. Non vede l’ora di rientrare a casa per raccontare tutto a Francesca e Paolo.
“Che macello! Che macello dalle parti noste” racconta la sera.”
“Ma pecchè, c’hai saputo?” chiede Francesca
“C’aggio saputo? Meglio a di’ che ‘n’aggio saputo! Dopo che ci’hanno sfollati gli tedeschi accirevano tutti chigli che ‘ncontravono. Hanno acciso tutta ‘na famiglia che steva a scavà ‘mmezo alle macerie della casa sia pe’ cercà caccosa da magnà c’avevono annascuso prima de se ne fui’. Ma chesto n’è niènte, mo’ gli ‘miricani hanno bombardato proprio tutto, ma gli tedeschi so’ toste, resistono.”
Maria Civita si ferma, riflette e poi chiede a Paolo
“Dimme no poco, ma è sicuro che gli ‘miricani so’ alleati noste? Me sembra che ‘nvece de ce liberà ce stanno a struie. Bombardano tutto coso. Povere case noste”
“Te l’ho già spiegato” risponde Paolo “non c’è altro modo per scacciare i Tedeschi. Adesso non pensare alla tua casa, pensa a salvare la vita. La casa la ricostruirai”
“E co’ che? Co’ le scorze de tunivole?”
“Mammà non cagna’ discorso, che cosa hai saputo?
“Va boh, ve conto tutto ma, pe’ dareve n’idea de come so’ ridotte le terre noste, n’ome de Santa Maria che lo steva a raccontà, ha ditto che mo’ è maggio e ‘ncoppa a chella bella terra ‘n’ce sta manco nu fiore, sulo macerie. Allora, già a settembre, quanno è cominciato tutto stu ‘nferno gli tedeschi se so’ missi da Traetto a Cassino, dalla parte de ‘cca de Gragliano.  Po’ hanno fatto na cosa che non capiscio” qui Maria Civita si deve fermare per forza e chiede a Paolo:“Paolo, aggi pacienza ma che è la linea … mannaggia, non me ricordo come se chiama chella linea?”
 “Dici la linea Gustav?”
“Sì, proprio accussì l’ha chiamata chigli’ome. Tu lo sai che i’ aggio fatto solo due misi de seconda e n’aggio studiata sta cosa ccà.”
“Non avresti potuto saperlo neanche se avessi fatto l’università perché quando tu andavi a scuola la linea Gustav non esisteva. L’hanno i‘nventata i Tedeschi con questa guerra”
“Sì, ma che è?”
Paolo si diverte a farla stare sulle spine e continua
“Guarda che un po’ di linea Gustav la conosci anche tu”
“Ma se i’ prima de venì a Roma no’ me so mai partuta da Traetto   e dagli Purgarini, come faccio a conosce ‘sa cosa?
“Perché un pezzo della linea Gustav passa anche per Pulcherinii, dove sei stata tu per scappare dalla guerra, passa per Tufo, per Santa Maria e tutti i paesi verso Cassino e arriva all’Adriatico.”
“Niente de meno! E come è longa?”
“Tanto, e lì ci sono tantissimi Tedeschi per non far passare gli Americani. E gli Americani bombardano all’impazzata perché vogliono passare.”
“Aggio capito! Non proprio bono ma mo me spiego chello che diceva chigl’ome!”
“Ma si può sapere che diceva? Sì o no?” Francesca diventa impaziente
“Diceva che gli ‘miricani hanno liberato tutta la zona nosta e hanno sfonnato la linea gustav e mo stanno a venì a Roma pe’ la liberà.”
“E ci voleva tanto a dirlo? Hai cominciato da Adamo ed Eva! Allora presto arrivano anche qui.”
“Sì, però dalle parti noste non esiste chiù niente. Specialmente a Santa Maria, manco nu muro chiù in piedi.” 
Maria Civita e Francesca parlano della loro casa ma non riescono a immaginarla distrutta. Sperano che la situazione, a Minturno, non sia peggiorata rispetto al mese di Gennaio, quando Vincenzino e Alfonso riferirono che la loro casa era ancora in piedi, anche se con una parete sventrata da una cannonata.
“Gliu santamariano ha ditto che isso ha sentuto alla radio che la peggio parte l’ha avuta Santa Maria. Nu’ bombardamento de 60 ore, senza mai fermà. Gli ‘miricani la liberavano e gli tedeschi se la tornavano a piglià, chigli la liberavano e chigliati se la pigliavano. Hanno fatto sta pazziella pe’ diciassette vote. Che ce po’ esse rimasto? Manco le macerie, sulo la polvere.”
Maria Civita continua a parlare provando un sentimento di angoscia per il timore di aver perso tutto e una sensazione di leggerezza all’idea che la guerra presto potrebbe finire. Francesca non riesce a essere rilassata perché il suo pensiero, sempre e comunque, va al marito, non ha sue notizie da tanto e neanche della sua nave.
Paolo è turbato. Maria Civita se ne accorge e vuole saperne il motivo.
“Paolo, pecchè stai accussì abbacchiato? Stai a penzà alla casa tia a Traetto?  Tu tè chesta a Roma, che te ne ‘mporta de Traetto? Avissa sta contento che la guerra sta pe’ finì e che Sara e le creature tornano alla casa.”
“Sì, Maria Civita, hai ragione, ma quanto costa la libertà? Quanti massacri di gente innocente!”
“E’ lo vero, chi se gli po’ scordà chigli povereglie c’hanno acciso alle cave. Chiù de trecentotrenta cristiani.”
“No, non mi riferisco a quelli. Naturalmente non li ho dimenticati ma oggi ho saputo quello che è successo in Ciociaria, dopo la battaglia di Cassino. In verità mi sento proprio sottosopra.”
“Che ato è mo’?” chiedono ansiose Maria Civita e Francesca e attendono che Paolo si decida a parlare, anche se sembra che lui non ne abbia molta voglia.

 

marica riccardelli
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