sradicati

 

11

 

Provare a descrivere come le giornate trascorrono nel casolare, dopo i furiosi bombardamenti su Tufo e Minturno, è complicato.
Agitazione, paura, nervosismo, fame, voglia di fuga, consapevolezza di impotenza di fronte a un pericolo maggiore. Questi gli ingredienti che caratterizzano le giornate di chi è costretto a girare in tondo in una trappola che, temono, possa risultare mortale.
Le nottate sono ancora più drammatiche perché si teme di essere colti nel sonno e, morire senza l’ultima preghiera, non piace neanche ai peccatori incalliti. Non che il pensiero di morire da svegli li aiuti a star meglio ma abbandonarsi al sonno fa sentire più fragili.
I tegami e la pancia vuoti non aiutano l’atmosfera generale e si scatta per un nonnulla. Alfonso si rivolge in malo modo ad Annunziata perché ha sbadigliato. Francesco rimprovera Vincenzino perché gli ha suggerito di venire a Pulcherini, considerata sicura. I poveri Vincenzino e Mariangela, oltre ad averceli tutti tra i piedi, devono anche sentirsi responsabili della loro sorte.
La tensione si taglia a fette, anche molto sottili. Tutti musi lunghi.
Anche Caterina si è incupite e dice:
”So’ morte tanti prima de nui, nui semo stati bravi a resiste fino a mo’ e po’ lo sapete che s’adda murì prima o dopo”.
“Non dì scemenze. Te pare chisto gliu momento de pazzià?”
“Catarì, tè sempre la stessa capu”
“Mica sto a pazzià, sto a dice la verità. I penzo sempe che potevo esse’ già morta chisà quante vote, e invece l’aggio sempe scampata, ma quante vote me po’ i’ bona?”
Nessuno risponde più. In fondo ciò che dice Caterina è sacrosanto e vale per tutti loro. Si meravigliano più di essere ancora vivi che sapere che possono stare per morire. Caterina capisce che da lei non si aspettavano una considerazione così triste e, senza aggiungere altro, se ne va a dire il rosario con le altre donne.
Si deve uscire di notte per trovare qualcosa da mangiare.  Naturalmente tocca agli uomini e finché non rientrano nel casolare non vola una mosca. Le orecchie sono tese a cogliere il minimo sussurro. Trascorrono quindici giorni in queste condizioni, quel tanto che basta a distruggere qualsiasi barlume di speranza di uscire da quell’inferno.
Malgrado lo sforzo per restare svegli di notte, almeno a turno, la stanchezza è tanta e una sera prende il sopravvento su quei corpi che si reggono in piedi a malapena. E’ Febbraio. E’ una notte fredda e con il cielo stellato. Il silenzio scende prepotente e avvolge quegli esseri, rimasti uomini solo nei sentimenti, ridotti a spaventapasseri in movimento. Stranamente non si sentono spari, né vicini né lontani, giunge soltanto l’abbaiare di un cane randagio, miracolosamente ancora in vita. Si odono i rumori tipici di una notte di campagna fatta di fruscii che s’incrociano, di linguaggi di uccelli notturni, di animali selvatici in cerca di cibo, di qualche raro passo affrettato, di pianto di bambini. Non ci sono altri rumori, soltanto un silenzio anomalo, quasi imposto.
In questa quiete insolita si fa strada la tempesta.
All’improvviso, verso le due, la porta del casolare sbatte violentemente facendo sobbalzare quei corpi raggomitolati sui pagliericci, nello stanzone d’ingresso. Cinque soldati tedeschi, armati di tutto punto, fanno irruzione in quella stamberga. In un attimo tirano giù quei miseri paraventi che ogni sera, per mesi, sono stati issati sulle funicelle, nel tentativo di mantenere ancora in vita la dignità di povere ma oneste persone.
Urlando impartiscono ordini che nessuno riesce a capire: una sola parola si frantuma su quelle pareti senza intonaco, rimbalzando nelle orecchie di tutti: RAUS
Nessuno afferra subito cosa stia succedendo e tanto meno i bambini che a stento riescono ad aprire gli occhi. A Matilde arriva quell’ordine mentre si trova rannicchiata nella sua parte di letto che divide con la sorella.
Dopo un primo rumore, indistinto, la voce si fa minacciosa e Matilde si sente strattonare. Elena è già in lacrime e lei presto la imita facendo innervosire il soldato, che dimostra di non essere incline alla compassione. Matilde sente solo il cuore salirle in gola, e lì restare a gorgogliare, e si sente invadere dalla sua grande paura. Stretta alla sorella, in un abbraccio disperato, sente esplodere in tutta la sua furia il terrore che non ha mai smesso di provare nei confronti dei soldati. Si stacca dall’abbraccio e nella sua incoscienza si avventa contro il soldato e gli morde una mano. Solo il fulmineo intervento della mamma riesce a contenere lo sdegno del militare il quale, però, non evita di puntarle il moschetto addosso e con un terrificante “raus”, l’afferra per il braccio destro che la bambina tiene proteso per afferrare la sua bambola e le impedisce di prenderla.
“Cretinoooo!” gli grida Elena, livida di rabbia anche lei.
“Elena, statte zitta!” dice Francesca, nel timore che il soldato abbia capito e che, per reazione, possa fare del male alla figlia.
“No! So’ troppo cattivi!” ma non proferisce altre parole perché le si fermano in gola per il pianto.
A Francesca tremano le gambe per la paura che ha appena provato alla reazione delle sue figlie.
Anche gli altri bambini scoppiano a piangere ma la paura li domina e ben presto blocca il loro sfogo e li zittisce, lasciandoli impietriti.
A nulla vale ricordare che tra quei soldati ce ne sono due che, non molto tempo prima, sedevano a tavola con loro. Ora sono proprio loro a minacciarli e a scacciarli da casa.
Al casolare non sanno che quell’operazione di sgombero viene fatta proprio nel tentativo di salvare loro la vita. Non sanno neanche che se, in quella serena notte di Febbraio, non si sentono spari è perché c’è stato l’ordine di sospendere qualsiasi ostilità per consentire lo sfollamento dei civili, presumendo l’imminente attacco degli Americani anche su quella zona.
Non sapendo tutto ciò i sentimenti degli abitanti del casolare verso quei soldati non sono proprio di simpatia.
Matilde, più di tutti, sta vivendo una tragedia. Ora la bambina vede i suoi nemici nel ruolo che aveva sempre immaginato, quello dei cattivi, ma non è abbastanza grande per dire agli altri “avevo ragione io a non fidarmi”.
Infreddolita, assonnata, soprattutto terrorizzata, spia gli sguardi che gli adulti si scambiano ma non sono rassicuranti, trasmettono paura, incertezza, rabbia e incredulità.                        
Dopo gli ultimi bombardamenti si sono resi conto che sarebbe stato necessario andare via dalla zona ma non pensavano di dover lasciare tutto e subito, di notte e con le armi puntate contro.
Lasciare TUTTO!
Tutto cosa? Nient’altro che l’amore per i luoghi natii, le macerie che aumentano di giorno in giorno e i morti ammazzati che difficilmente hanno potuto portare al cimitero ma hanno sepolto sotto gli alberi.                    
“Pigliàte chello che potete e facete lesto!” suggerisce Alfonso.                  
“Bleibe still! Schnell! Schnell!” i soldati tuonano.
“Zitti e moveteve, ate capito?” traduce una delle ragazze che è andata spesso a sbucciare patate, ospite anche lei del casolare da qualche tempo, e ha imparato qualche parola di tedesco.                  
Il casolare sembra un formicaio. Tutti in movimento frenetico per mettersi addosso il maggior numero possibile di vestiti che, per quanto rattoppati possano essere, rappresentano tutto il loro avere. Francesca fa la stessa cosa, anche lei veste più che può le bambine; raccoglie le cose che riesce ad afferrare; prende la biancheria di ricambio e i documenti, ne fa un paio di fagotti con un mezzo lenzuolo, ancora caldo di letto , che lega alla meno peggio. Ne affida uno alla mamma e uno lo tiene con sé. A Matilde e ad Elena dà una coperta, perché si riparino dal freddo.
Si mettono in fila e ubbidiscono agli ordini, senza fiatare. Parlare potrebbe significare una fucilata senza neanche il tempo di dire “amen”. Nel tragitto tra la casa e la piazza, dove sono diretti anche tutti gli altri abitanti del paese, Francesca perde una scarpa. Sta per chinarsi a raccoglierla ma con la punta del fucile un soldato la spinge a proseguire. Continua ad avanzare con una scarpa sola. Non si sofferma a togliersi anche l’altra per il terrore che l’ammazzino e procede zoppicando. Senza volerlo, ha fatto bene a tenere la scarpa perché, dopo una mezz’ora, qualcuno arriva con l’altra e gliela restituisce, permettendole di ristabilire almeno il suo equilibrio fisico e di riscaldare il piede che stava per congelarsi sul terreno gelido.
Non c’è tempo di volgere lo sguardo indietro, per dire addio ai luoghi tanto malridotti ma tanto cari.
Animi carichi di dolore, di gente che ha trascorso la vita a coltivare la terra che sta abbandonando. Una terra generosa, posta su ridenti colline, dalla quale quella gente semplice ha sempre tratto nutrimento e ragione di vita. In quella terra di contadini sono ben radicate le origini, i valori morali e materiali e l’orgoglio di quel popolo. Ora sono ridotti a un manipolo di esseri terrorizzati, frustrati nella loro dignità, e si apprestano ad affrontare l’ignoto.

marica riccardelli
via c. colombo 177
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maricariccardelli39@gmail.com

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