combattere la fame

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La mattina seguente, appena giorno, Francesca parte da Via Padova e attraversa buona parte di Roma, per andare a vedere se ai signori di Alfonso è avanzato qualcosa del pranzo del giorno prima.
Qualche tratto a piedi, sbagliando anche strada un paio di volte, buona parte con il tram e Francesca riesce a trovare la casa dove Annunziata e Alfonso lavorano.
I due vecchi amici, quando la vedono, l’accolgono con molto calore. La invitano a entrare in cucina e a riposare. Le offrono una tazza di vero caffè, di quello che in giro ormai non se ne vede più, se non comprandolo alla borsa nera. La bevanda che Francesca beve a casa, come fa la maggioranza delle persone, non ha neanche più il colore del caffè. Parlare di aroma è addirittura un controsenso, non esiste e cambia a seconda del tipo di surrogato usato.
Si scambiano tutte le notizie possibili sui comuni conoscenti e, così, Francesca viene a sapere che Caterina sta bene e si trova presso delle suore, dove aiuta a fare un po’ di tutto, specialmente a zappare l’orto che, considerati i tempi, è una fonte non secondaria di sostentamento. Rosa e tutti gli Scauresi, invece, li hanno portati al Nord e nessuno ne sa più niente.
La casa dove lavorano non è enorme ma è piena di ogni ben-di-dio. Gli occhi di Francesca si sgranano di fronte a quell’abbondanza e pensa alla sua credenza costantemente vuota, che serve solo per poggiarvi momentaneamente la polenta, prima che Elena e Matilde la facciano sparire a piccole fette.
Alfonso ha anche trovato una radio in quella casa ma è peggio del supplizio di Tantalo perché non può accenderla e si tormenta.
Prima di accomiatarsi la fanno mangiare. Francesca non ricorda un pasto così abbondante dai banchetti fuori programma dei primi tempi di vita a Pulcherini. Le danno un po’ di viveri da portare a casa e lei se ne torna in Via Padova felice di poter far mangiare le bambine.
Quel viaggio Francesca ogni tanto lo ripete. Lei andrebbe quasi tutti i giorni ma la distanza è veramente tanta e i soldi per il tram non è facile procurarseli. Sia lei che la mamma girano molto ma sempre a piedi. Inoltre sa che Alfonso e Annunziata devono accontentare anche gli altri e non devono dare nell’occhio al padrone, perciò si limita ad andare solo quando non trovano niente per le campagne. Comunque, quando va, l’accoglienza è sempre molto calorosa. Gli avanzi quasi sempre ci sono, Francesca li mette in uno scatolo di cartone, che ripone in una sporta, non avendo di meglio per portarseli e rifà tutta la strada di ritorno, felice perché quella è un’altra giornata in cui si mangia. Quando arrivano i rifornimenti, Alfonso le dà una manciata di farina, qualche volta un po’ di sale, qualche altra volta una tazza di fagioli, farina di mais. Tutto è buono, pur di non sentire Elena e Matilde che le dicono di aver fame.
Troppe volte ha dovuto sgridarle per non sentirsi chiedere qualcosa da mangiare.
“Nella credenza c’è la polenta, quando ne avete voglia prendetene e mangiate ma non mi venite a dire che avete fame!” dice Francesca alle figlie con un tono così deciso da scoraggiarle a chiedere altro. Ogni volta che le sente pronunciare la parola fame, sente un blocco allo stomaco e il suo non è solo perché scarseggia il cibo.
Le bambine hanno capito e tacciono ma il desiderio di mangiare lo si legge nella loro espressione. Divorano quella specie di polenta che, in verità, è un intruglio di farina gialla e altro macinato, scarto di mulini e poco nutriente, per cui la fame non scompare.
Maria Civita, dal canto suo, va tutti i giorni, in cerca di cibo. A Roma non se ne trova, se non con la borsa nera. Loro quattro, in quanto sfollate, non hanno neanche la tessera annonaria, riservata ai residenti, che permette a chi la possiede un minimo di generi di prima necessità. Devono costantemente andare alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti e così all’alba, Maria Civita, insieme ad altre donne, parte per le campagne romane e cerca di racimolare quanto più può.
Porta con sé un temperino e uno zinale, nel quale raccoglie quanto le riesce di trovare nei campi e tenta di barattarlo con chi ha un po’ di latte o del pane. Qualche volta ha anche raccontato di avere una figlia incinta al settimo mese, o altre storie del genere, per impietosire qualche anima più sensibile. Comunque non ritorna mai a mani vuote, anche se porta solo cicoria. Fa il giro delle macellerie e chiede qualche osso con la speranza che non sia troppo spolpato. Anche spolpato è buono per il brodo perché si può sfruttare il midollo che insaporisce quella che altrimenti resterebbe solo acqua calda. Quante volte si mangia con cicoria e brodo di midollo.
Comprare qualcosa è veramente proibitivo, a causa dell’esercizio della borsa nera che si diffonde a macchia d’olio i prezzi delle poche cose commestibili rimaste salgono alle stelle anche nei negozi.
Sono innumerevoli le ersone che si sono industriate a trafficare illegalmente, chiunque abbia qualcosa cerca di rivenderla a prezzi da strozzinaggio. Francesca è rimasta senza una lira perché Augusto non è più venuto in licenza e non ha potuto darle la sua paga. La fame si fa sentire sempre di più, i viaggi a casa di Alfonso diventano sempre più rari, perché è veramente troppo lontano e le strade sono sempre più pericolose per via degli attentati, abbastanza frequenti, contro i Tedeschi e delle rappresaglie di costoro.
La necessità di mangiare però è primaria e anche Francesca esce la mattina e gira per mercati e negozi.
Una sera, tornando verso casa, sbaglia strada e si ritrova allo scoperto all’ora del coprifuoco. Comincia a farsi buio e non sa come fare per ritrovare la via di casa. S’infila in un portone, fortunatamente ancora socchiuso, per evitare una ronda che vede arrivare. Aspetta che passi con il cuore in gola. Sa bene che se la prendono l’arrestano se le va bene, altrimenti la sparano. Ha paura di rimettersi in strada senza sapere di preciso dove andare. Sa che via Padova non è lontana ma non riesce a orientarsi e a stabilire la direzione da seguire. Deve decidere il da farsi al più presto, lei resterebbe anche tutta la notte in quel portone ma sa che a casa sono in pensiero e allora si fa coraggio e decide di chiedere informazioni alla gente del palazzo, sperando di non incappare in qualche fascista. Bussa a quella che, pensa, dovrebbe essere l’abitazione del portiere.
“Chi è?” le risponde una voce maschile.
Come faccio a dire chi sono se non mi conoscono?” pensa tra sé e sé, poi decide e risponde.
“Mi sono persa, abito in Via Padova, vorrei sapere la strada per arrivarci.”
Nel frattempo la persona all’interno dell’appartamento, si assicura attraverso lo spioncino che al di fuori non ci siano persone sospette e apre la porta.
A Francesca si presenta un signore sulla cinquantina, che la fa accomodare e si fa raccontare di cosa ha bisogno. Francesca non si trova nella condizione di poter essere rude ma ha fretta e non vorrebbe perdere tempo in dettagli. La buona educazione le impone di essere garbata. Sa di essere stata lei a bussare e a chiedere aiuto, quindi deve rispondere suo malgrado.
“Come mai ti trovi fuori a quest’ora?” le domanda
“Sono andata un po’ troppo lontano a cercare qualcosa da mangiare per la mia famiglia e non ho calcolato bene il tempo per il rientro.”
“Ma non hai la tessera?”
“No, perché siamo sfollati e viviamo in casa di un parente, e siamo in quattro a mangiare”
“E ora te la senti di tornare a casa con il coprifuoco? Se vuoi” dice quel signore “puoi passare qui la notte. Non temere, non ti farò nessun male.”  E in queste parole Francesca avverte il tono di un padre preoccupato per la sorte della figlia. Questo la tranquillizza ma non le toglie l’urgenga.
Quel signore continua con le domande mentre a Francesca il pavimento brucia sotto i piedi. Ormai si trova in una situazione che la obbliga a essere cortese. Francesca educatamente gli risponde ma con fermezza fa capire che non ha intenzione di fermarsi.
“Se non hai da mangiare puoi portare qui la tua famiglia” dice “io ho tre tessere che non sfrutto perché mia moglie e i miei due figli sono rimasti bloccati al sud e qui di spazio ce n’è per tutti.
“No, grazie signore, siete molto gentile ma io voglio tornare subito a casa mia, perché i miei sono in pensiero. Vorrei solo sapere da che parte devo andare.”
Il signore finalmente capisce l’urgenza di Francesca, le fa uno schizzo del percorso su un foglio di carta e Francesca, in tutta fretta, ringrazia, saluta e si mette per strada con un batticuore da levarle il fiato.
Per fortuna la strada da percorrere non è molta anche se le sembra lunga chilometri. Cammina rasentando i muri e molto attenta a qualsiasi fruscio. Per fortuna è una serata calma e può raggiungere senza intoppi la sua meta. Un grosso sospiro di sollievo è la prima cosa che fa quando entra nel portone di Via Padova. Se non avesse fretta di salire, per tranquillizzare i suoi, si fermerebbe a piangere per sfogare la grande paura avuta.
Quando apre la porta trova le bambine in lacrime e Maria Civita e Paolo seriamente preoccupati.
Ormai è a casa e tutto torna subito tranquillo. Di quei tempi basta uscire da una situazione difficile per lasciarsela alle spalle. C’è sempre da difendersi in quella città allo sbando dove ognuno si fa la sua legge e non si ha tempo di soffermarsi sui rischi già superati.

 

marica riccardelli
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